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IN PRINCIPIO…VI ERA IL SUONO!
di Salvatore Bellantone 15 Aprile, 2007 Le quiete vibrazioni della band Aegocentro, formata da Rosaria Velardo e Simone Barbieri, cominciano a diffondersi in tutti i negozi di dischi con il loro primo album, Alba Sonica, un viaggio in cui poesia, suoni, immagini e passione giocano tra loro per comunicare come l’arte musicale eserciti un ruolo fondamentale nella vita di ognuno, sia sul piano pratico che riflessivo. In che senso? Di che viaggio si tratta? Andiamo al titolo dell’album: Alba Sonica. Esso dà già spazio all’immaginazione e mette in moto i pensieri alla ricerca del significato che si cela dietro il segno scritto, rinviando istantaneamente alla dimensione, allo squarcio di realtà, di mondo che si disvela e si dà all’ascolto nell’incontro-scontro di Velardo-Barbieri, singoli diapason diversi che, giocando e vibrando tra loro, all’unisono, permettono a quella curvatura dell’esistenza di riecheggiare oltre i confini del cosmo le pulsazioni d’intima energia che s’irradia dal progetto Aegocentro. Alba Sonica è l’inizio, il principio, il “cominciamento del suono”, è la prima parola del Genesi musicale: «In principio…vi era il suono». Alba Sonica è l’alba del suono, è l’originarsi stesso del progetto sonoro Aegocentro che si diffonde nel tappeto vuoto dello spazio acustico con la propria prima scossa, con la prima nota, il primo accordo; Alba Sonica è la prima vibrazione, il primo battito cardiaco, la prima onda elettromagnetica che ravviva l’universo intero trasformandolo in pluriverso del suono. Infatti, la proiezione musicale del titolo segnico dell’album, Alba Sonica, e cioè il titolo musicale dell’album (brano 1°), vuole strappare a se stessi e al caos i singoli sistemi uditivi sparsi qua e là per il cosmo, al fine di renderli parte integrante di un viaggio, tra note armoniche e distorte, che conduce al di là dei limiti dell’ascoltabile, cioè proprio là dove il suono stesso non fa altro che originarsi continuamente, che vivere continuamente la propria alba. Da questo punto di vista, la lotta tra il buio (il silenzio) e la luce (il suono) del faretto (Aegocentro) che tentano di farsi strada nella parete della sala prove (il mondo) presente nella copertina dell’album, rappresenta in forma visiva, con immagini chiare e semplici, ciò che è lo stesso progetto musicale Aegocentro: l’inizio di un viaggio nella “Quieta energia” del suono (brano 2°). Il viaggio o meglio la ‘fuga’ è il tema di “Viaggi perentori” (brano 3°). Qui fuga non deve essere intesa nel senso di ‘scappare’ o ‘fuggire’, bensì nel senso di “punto di fuga”: il punto di fuga è quel mezzo stilistico che permette all’osservatore di un dipinto di avere una visione precisa di un soggetto, di un paesaggio; ma il punto di fuga è anche il singolo punto di vista che ognuno di noi possiede e che, il più delle volte, non ci consente di percepire e di comprendere un fatto o una persona così com’è veramente, perché ci troviamo in ballo, immersi, totalmente presi. Perciò, è necessario far fronte a questa carenza, a questo pericolo, a questa impossibilità di capire e ciò avviene ad esempio attraverso la musica e il canto che in “Viaggi perentori” si mostrano come ‘altro punto di vista’, come ‘finestra altra’ a nostra disposizione, dalla quale tentare di osservare le cose diversamente e, magari, così come sono effettivamente e che, da soli, non riusciamo a vedere. ‘Viaggiando lontano da qui’ attraverso il canto e la musica, cioè lontano da noi stessi, noi effettuiamo nostro malgrado il cambiamento del punto di vista e, alla fine del viaggio, torniamo cambiati. Ma se il nostro punto di vista può velare, nascondere la realtà, esso può anche tramutarsi in un’invisibile cella dentro la quale ‘superstiziosamente’ ci rinchiudiamo per paura di vedere la realtà così com’è e, dunque, per paura che essa svanisca proprio nel momento stesso in cui la riconosciamo in quanto tale; siamo noi stessi a velare ‘superstiziosamente’ la realtà, a nascondere a noi stessi tutto quello che ci dà stabilità, pace e felicità e, col tempo, senza rendercene conto, soffriamo di noi stessi perché non abbiamo mai il coraggio di dire, di riconoscere, dunque di vivere la nostra vita così com’è, così come a noi si mostra suscitando il nostro piacere, e accettarla. Ma anche in questo caso la musica e il canto possono svolgere un effetto terapeutico e indurre coraggio e stabilità al nostro vivere stesso, e questo è il messaggio che “Superstiziosa” (brano 4°) vuole trasmettere: se altrove, superstiziosamente, non abbiamo il coraggio di vivere consapevolmente ciò che ci dà pace e ci rende felici (in sostanza, il nostro sogno), allora allo stesso modo, cioè superstiziosamente, dobbiamo trovare lo spazio, lo strumento in cui meglio ci riconosciamo per riconoscere coraggiosamente tutto quello che ci appaga, ci acquieta, ci rende felici. Solo in tal modo noi, e con noi il mondo stesso, viviamo una ‘metamorfosi’ mediante la quale il viaggio della nostra esistenza non finisce col rivivere semplicemente la stessa giornata e le stesse sensazioni ed emozioni, ma prosegue verso altri lidi e altre sponde che attendono soltanto che noi ci decidiamo a fare scalo in esse. Questo è quanto “Metamorfosi blues” (brano 5°), nel giro di poche note e accordi, trasmette. Se “Reti di seduzione” (brano 6°) non fa altro che festeggiare, innalzare un inno di ringraziamento alla ‘passione nera’, alla musica che dunque permette di riconoscere i propri limiti e di superarli e consente la trasformazione di sé e del mondo che ci sta attorno, tramite un unico e interminabile abbraccio fatto di note, suoni, canti, tocchi ai tasti e alle pelli e pizzicate alle corde; se “Come together” (brano 7°) è la proiezione musicale dell’idea di trasformazione e metamorfosi che la musica stessa stimola e provoca indipendentemente dal nostro volere e, nel contempo, la testimonianza musicale della trasformazione che Velardo-Barbieri vivono; “Non ancora” (brano 8°) è invece la constatazione e la promessa che non è possibile abbandonare la musica, visto che essa è uno strumento fondamentale per scoprire come siamo effettivamente ed è, perciò, parte integrante e costituente di noi stessi, una forma di razionalità alternativa. La musica è il grande fiume dentro il quale vengono a confluire emozioni e ricordi, le persone più significative e gli attimi più importanti che viviamo e abbiamo vissuto, i quali vengono rivitalizzati e rivissuti, consacrati nelle note e perciò ‘innalzati al cielo’, resi immortali. Quando intendiamo la musica nella sua totalità come canto che ogni essere vivente innalza “Verso il cielo” (brano 9°) – verso luoghi remoti dai quali nessun dio risponde e verso i quali tuttavia infondiamo le nostre speranze e proiettiamo la totalità di noi stessi, il senso per cui esistiamo e le nostre domande più assillanti – solo allora la riconosciamo come l’unico medium terreno che ci consente, proprio in quanto canto che innalziamo al cielo, d’incontrare tutte le persone che abbiamo amato e continuato ad amare, che vivono dentro di noi. Musica è viaggio, è altro punto di vista, è parte di sé, è festa, è metamorfosi, è razionalità alternativa, è incontro: allora, il tempo passato a ‘percorrere un’altra pelle’ è giunto alla fine, c’è solo il tempo per la musica, anche se, inconsciamente, è sempre stato tale nella forma di desiderio, di voglia di musica, di suono e di canto che adesso si rinnova scalpitante, quasi fuori di sé, attraverso “Estasi” (brano 10°). Mentre ‘si asciuga la pioggia’ e la sua voce và via, ecco che la voce dell’eterna amata musica comincia a farsi udire come mai prima d’ora e il suo richiamo cresce e si fa sempre più forte a tal punto che non è più possibile opporsi; soltanto corrispondendole col canto e qualche “Metafora” (brano 11°), ci si può prendere per mano e così girare insieme in tondo di continuo, su di un prato di suoni e melodie e ritmi sul quale l’afa di un’Alba Sonica appena spuntata costringe a mollare ‘l’altra pelle’ e a lasciarsi andare, a danzare, a farsi attraversare dalle nuove vibrazioni che ancora stanno percorrendo la ‘Quieta energia’ (brano 12°), e dai nuovi brani che gli Aegocentro ci faranno ascoltare.
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